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Musica nuova...o già vecchia ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Eliseo Carraro   

A PROPOSITO DI BIENNALE MUSICA (e anche "ARTE"): E' ANCORA LECITO CRITICARE E DISSENTIRE UN PO' DAL CORO "FEDELE" O "INTERESSATO" DI ELOGI?

Vorremmo sentire davvero (anche se qualcosa l'abbiamo già sentito) impressioni e valutazioni, pareri e giudizi, fuori da ogni preconcetta o interessata affiliazione a gruppi culturali, a clan artistici, ad associazioni varie, a critici militanti di ogni genere, sulle due Biennali.
Quale impatto reale, culturale e psicologico, ha avuto il normale ascoltatore delle musiche o il visitatore delle opere esposte nei padiglioni dei Giardini.
Che idea si è fatto della "nuova" musica", della "nuova" arte assistendo o vedendo le due manifestazioni veneziane; che cosa ha suscitato in un "normale" ascoltatore quella "astrattezza compositiva", quell'"ossessione ripetitiva di suoni", quel "serialismo integrale".

Aprirsi a una legittima libertà compositiva, non essere schiavi degli stilemi del passato, può significare solo la ricerca di un sistema estetico delle dissonanze, dell'atonalità, della serialità?
Musica e arte "nuove" devono davvero rispondere solo a una disumana arbitrarietà, che sconfina in anarchia del pensiero, del sentimento, della stessa fantasia?
Non si finisce così per fossilizzarsi in nuovi schemi senza sbocco, anziché liberarsi creativamente di vecchi presunti superati schemi musicali?
Non si finisce per anchilosarsi in una ripetitività vuota, in una soggettività chiusa alla vita, al mondo umano nella sua reale dimensione, per smarrirsi nel nulla o nel vago per sé stesso incomunicabile e, in conclusione, inascoltabile?
Checché ne dica Luca Francesconi, i suoi epigoni e sostenitori, i critici compiacenti o gli ascoltatori che fingono di capire e di gustare certe composizioni estreme, considerandosi tutti depositari orgogliosi di una capacità intellettiva e culturale autonoma rispetto agli altri comuni mortali, noi crediamo che si tratti in realtà, almeno per gran parte delle composizioni che abbiamo ascoltato, di qualcosa di "costruito" con l'intento non di creare "musica", ma "suoni e rumori" congegnati per "sbalordire" ad ogni costo, affermando totale rottura con tutto ciò che è considerato musica legata ancora a un mondo ormai sconfitto, distrutto dalla tecnologia, dalla macchina. Si tenta insomma di riscrivere una sorta di nuova carta costituzionale della musica.
Va bene, accettiamola pure come giusto ideale e anche nobile. Infatti cambiano i tempi, le culture, i modi di vita, la sensibilità, la mentalità, i gusti e i costumi sotto l'incalzare frenetico e inarrestabile dei mezzi tecnologici: non si può certo vivere solo del passato;
ma l'uomo rimane pur sempre uomo, fondmentalmente, anche se condizionato dai progressi violenti della tecnica. Questa però non deve distruggere quel fondo umano che richiede un legame, una simpatetica connessione con il suo sostanziale e ineliminabile bisogno di un certo ordine costruttivo, cioè quel bisogno di "sentire", di "appropriarsi" in qualche modo e interiorizzare ciò che ascolta. Cosa che abbiamo trovato troppo difficile dinanzi a un così freddo cerebralismo oppure virtuosismo fine a sé stesso: gli manca, ci è apparso chiaro, quella forza viva di un qualsiasi disegno armonico denso di pathos convincente.
Ma è o dev'essere proprio e solo così la "nuova" musica?
Ci scusino allora Luca Francesconi e tutti i responsabili di Biennale Musica, ma siamo usciti dai vari concerti più vuoti e intristiti (anche quando comunque coinvolti) di quando siamo entrati.
Colpa nostra certamente, della nostra ignoranza, della nostra "impreparazione" a cogliere e a capire i cosiddetti nuovi linguaggi musicali.
Già, ma li abbiamo trovati spesso di una banalità sconcertante, di una futilità quasi patetica e infine di una monotonia insuperabile. Davvero troppo poche le eccezioni.
Ma forse si sta facendo (abbiamo pensato per consolarci un po') un grande percorso necessario, anche se per ora balbettante, incerto e oscuro, per giungere poi, chissà (speriamo presto) a qualcosa di veramente "nuovo", nel senso di umanamente e musicalmente valido e appagante la nostra nuova fame di musica.
E' quasta la speranza che ci sostiene nell'ascoltare molte composizioni di oggi: siamo pazientemente in attesa che da tanto frastuono, da tante ricerche, da tanta confusione mentale esca finalmente quel "genio" capace di una sintesi potente tra vecchio e nuovo che appaghi veramente anche il nostro desiderio di "novità" adeguato alla cultura, al sentimento, alla sensibilità moderna, ma senza offendere quell'innato senso di ordine e di piacevolezza che sempre la musica di ogni tempo ha saputo, in diverse e anche contrastanti forme, rispettare ed esaltare, fino a commuovere veramente.
Ciò che non hanno fatto certo le composizioni come quelle ascoltate alla Biennale Musica. Ci perdoni ancora una volta Luca Francesconi, se osiamo andare contro teorie che ci sembrano fossilizzate in una ricerca finora sterile da parte di un'avanguardia dalle prospettive malate di astrattezza, di velleità senza soluzioni condivisibili, perché dettate da un'estrema soggettività mossa dall'orgoglio di essere "rivoluzionari" ad ogni costo, sostenuti e lanciati oggi da mezzi di comunicazione che tutto amplificano soprattutto se hanno alle spalle lobby interessate.
Biennali ormai come gran business, dove regnano, occulti o meno, giochi politici o mediali. Infatti quasi tutta la musica ascoltata ci è parsa ora pura megalomania, ora furore iconoclasta, ora puro esibizionismo, con ricercate provocazioni, sapendo bene che oggi si dà facilmente visibilità soprattutto a ciò che è eccesso, che fa rottura con l'usuale, con l'accettato comunemente. Non importa se poi si tratta in realtà di grave mancanza di idee veramente nuove, che si esprimono in qualcosa di "unico" non per una loro bizzarria, ma per un' intrinseca forza vitale. Abbiamo assistito spesso a scipite "copiature", a monotone "ripetitività", a asfittici feticci musicali senz'anima, contrabbandati come espressione di assoluta originalità creativa.
Ci è voluto forse poco a richiamare critici, giornalisti e pubblico con "trovate musicali" così provocatorie, addirittura con un vero e proprio esperimento di geometria variabile, in cui si voleva coinvolgere il pubblico anche fisicamente, con musicisti che si esibiscono su trespoli sospesi. Per non parlare della performance dadaista dei robot percussionisti comandati da Goto o del russo Dmitri Kourliandski che fa suonare anche il motore di una Porsche sul palcoscenico. Il tema della Biennale Musica era infatti il "Corpo del suono": corpi perciò e strumenti virtuali diventano le nuove frontiere per la musica del futuro, secondo Francesconi e quindi il cartellone della 53a Edizione della Biennale Musica non poteva che essere il rapporto uomo-macchina, musicista-strumento, suono-rumore.
Insomma "giornate elettriche", pionieristiche, in cui ha dominato il "corpo virtuale, algido, ipertechno", con quel gran finale alle Tese trasformate in un gigantesco corpo umano disteso, dalla cui bocca spalancata gli spettatori vengono inghiottiti per iniziare un "viaggio allucinante" tra suoni e immagini le più disparate.
In conclusione, secondo Francesconi, musica come "corpo e tecnologia": questa la modernità, la frontiera nuova della musica. Il rapporto uomo-macchina già caro ai Futuristi. Quindi indagine sulla fisicità del suono, sul rumore "nella sua imperfezione e instabilità".
Ha ragione Francesconi di dire:"Sì, in effetti sono cose mai viste né sentite". Così tutto il programma della Biennale è da lui definito "uno sfizio intellettuale dotto e spassoso". Veramente non poteva dire meglio.
Dotto. Infatti Francesconi cita Ulisse, Euripide, Heidegger, Levi-Strauss. E poi ci sono di mezzo Berio, Sciarrino, Webern, Kurtàg, Bartók, Varèse, Ligeti, Rihm, Boulez, Stockhausen, Schoenberg, ecc. ecc.
Spassoso. Senz'altro, perché tutta la Biennale Musica ha presentato, più che "musica", troppo "gossip", "teatralità", "ingegnosità" miste a suoni e rumori indubbiamente capaci di far trascorrere qualche ora "spassosa" a più di qualche "spettatore". Salvo poi, per qualche smaliziato ascoltatore domandarsi, a mente fredda e coscientemente, che cosa fosse quella "musica nuova" e che cosa volesse veramente esprimere, al di là di tutte le fumisterie intellettualistiche proposte e le dichiarazioni di sofisticati principi da parte di musicisti, organizzatori e critici esaltanti il successo della manifestazione veneziana che, con la presenza di 73 compositori di tutto il mondo e 87 esecuzioni (16 prime) ha "esplorato il rapporto tra uomo e macchina".
Ma possiamo permetterci di domandare: ha poi prevalso l'uomo o la macchina, la tecnologia o la musica vera?
La nostra modesta opinione è che la musica sia divenuta, per troppi compositori di oggi, anche molto accreditati, un "optional", perché nella gran parte della musica ascoltata abbiamo riscontrato la mancanza quasi totale di una vera "fantasia sonora e un grado d'invenzione creativa geniale nella loro visionarietà".
Per questo dobbiamo "ignominiosamente" ritirarci ad ascoltare ancora, con Bach, Mozart, Beethoven, Richard Strauss, Wagner, Stravinski, ma anche Britten, Janacek e soprattutto Debussy, senza infine trascurare certe composizioni di Stockhausen e di Schoenberg.
La Biennale Musica non ci ha lasciato quasi nulla di memorabile, nemmeno un'emozione da ricordare per un po'.
Un'ultima domanda vogliamo rivolgere a Luca Francesconi: di tutto ciò che è stato presentato ed eseguito durante la Biennale, che cosa resterà?
Che cosa diverrà patrimonio dell'umanità?
Che cosa troverà veramente e durativamente la via della popolarità nelle sale da concerto per i suoi valori solo musicali?

Eliseo Carraro
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