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In questo nostro sito parliamo naturalmente soprattutto di musica, quindi abbiamo parlato della Biennale di Venezia. Ma visitando anche la Biennale Arte abbiamo avuto reazioni analoghe a quelle provate per la musica. Perciò l'una e l'altra ci hanno lasciato la stessa impressione di un unico, mastodontico carrozzone guidato da una comune formula: stupire in ogni modo, contraddire, scandalizzare. Da una parte con i suoni, come abbiamo visto, dall'altra con un enorme caravanserraglio di tecnologia che vuole essere la nuova "arte". Legittimo? Certo. Ma il visitatore è attratto alla visita non per vedere pitture o sculture, ma quali mirabolanti curiosità, quali ingegnosi marchingegni, quali bizzarre trovate più o meno originali, quali "invenzioni" le Sostituiscano. In una parola quali siano, più che i nuovi "valori" artistici, i nuovi "mostri" che costituiscono la musica e l'arte "globale" del nostro tempo. E bisogna dire che il visitatore, in proposito, non ne esce certo deluso. Anzi, dal momento che è entrato nella sala da concerto o nei padiglioni dell'esposizione proprio per essere gratificato con qualcosa di mirabolante. Come noi del resto. Ma proprio per questo, poi, ci siamo chiesti perché "arte" quel gioco di abilità costruttiva o, in parecchi casi addirittura un’intelligente meraviglia del trovarobismo e in altri il trionfo indubbiamente genialoide della tecnologia esaltata ad arte in forme e strutture capaci di suscitare interesse e soprattutto ammirazione. Sì, perché si accostano gli elementi più eterogenei con l'intento dichiarato di aprire orizzonti nuovi alla espressione artistica. Come? Penetrando, si sostiene, nella "sostanza" della realtà, per coglierne le più sottili, inafferrabili, drammatiche e infinite risorse, nonché per evidenziarne le forme più sibilline emergenti dalle oscure reazioni dell'inconscio, dell'irrazionale individuale e sociale. Insomma visione "totale", "globale", che rifugge da ordine e misura: i vecchi canoni caduti di fronte alla nuova e complessa realtà contemporanea. Di qui l’ambizioso titolo dato alla Biennale di quest’anno 2009: “FARE MONDI”, per questo ogni artista espone la propria “visione” del mondo.
Ma ancora ci chiediamo: come? Nella musica abbiamo udito un coacervo di suoni o rumori senza un'idea-guida; visto nelle opere esposte abbiamo più che altro una specie di giochi costruttivi, di insieme metallici o altro, senza un’efficace sintesi poetica capace di offrire una chiara interpretazione, veramente originale, comunicativa di un "dato" profondamente umano. Ci siamo così trovati dinanzi solo a delle creazioni fredde, tecnologicamente anche interessanti, ma prive di quell'anima che pure riscontriamo ancora in forme artistiche pure "libertarie" come quelle di Piccassi, di Mondirai, dello stesso Dalla Vedova per ricordare solo alcuni. Esprimono mondi così diversi, ma anche così significativi, perché compatti, guidati e sostenuti da idee precise, da sensazioni e visioni ricche di genuine suggestioni. Diversamente la cosiddetta nuova musica e nuova arte si riducono a "gossip", alla ricerca dello scandalo, o dello scontro ideologico e perfino politico. Infatti, si è sentito blaterare anche di arte di "destra" e di "sinistra". Ci può essere un assurdo più assurdo di questo etichettare l'arte? Si spiega allora anche la "sbornia" del mercato, la diffusione sui massmedia, che hanno determinato il boom dell'arte contemporanea tra il pubblico e l'invasione nei musei e nelle gallerie. E' ormai una gara per queste nuove "meraviglie" dell'arte...Ma poi si scopre banalmente che si tratta prevalentemente di "affari", del gioco astuto di "gruppi di potere", che si muovono per affermare la propria egemonia finanziaria o politica. Poteri pubblici e privati, nazionali e internazionali, ai quali interessa solo imporre i propri presunti artisti, le proprie presunte "scuole" d'arte e di pensiero, vantando priorità, primogeniture o addirittura supremazie culturali. Quando poi si entra nei padiglioni della Biennale si resta frastornati e increduli, anche se magari divertiti, ma come quando ci si aggira in un affollato mercatino dei trovarobe. Può essere così che si consideri la Biennale Arte un "bel vedere", se però ci si dimentica che tutti quei dinamici arredi e quelle sofisticate "scenografie" rappresentano o dovrebbero rappresentare il meglio della produzione artistica contemporanea. In realtà chi ha visitato le esposizioni precedenti non può non sottolineare che anche quella di quest'anno non ha detto nulla di nuovo, perché non si è davvero inventato nulla di nuovo. Si è rivisto ancora una vecchia "sguaiata spettacolarità": opere prive di contenuti, perché, com'è stato giustamente rilevato, gli artisti rinunciando all'innovazione per produrre invece pompieristici oggetti di moda, hanno tramutato l'avanguardia in accademia". Insomma ci sembra che buona parte della produzione artistica (come di buona parte di quella musicale) si riduca a una specie di gioco sofistico, e soprattutto di "bizzarria concettuale", che mira soprattutto a fare scandalo, a sconvolgere l'osservatore con il gusto per la dissacrazione, per la provocazione. E' l'ora non degli "artisti", ma degli "artistoidi", com'è stato ben detto. Creano solo feticci, che rendono commercialmente, perché conta molto oggi e attira il fattore choc, non importa come raggiunto. E' un'estetica nichilista, una "post-arte", come l'ha definita il filosofo americano Arthur Danto, che insegue solo l'impatto comunicativo. Quindi non conta più l'estetica o la riflessione dell'arte su sé stessa, ma la frenesia della "novità" ad ogni costo e della definitiva sparizione di senso delle arti visuali, che mode, mercato e critici impongono poi come vera e propria dittatura culturale. In realtà stiamo assistendo a una presunta creatività artistica dal carattere tortuoso e spesso indecifrabile, perciò "l'arte, dice Cesare De Michelis, si aggira nel mondo né nuova né antica, senza saper bene qual è il suo ruolo, il suo scopo, il suo obiettivo". Secondo Daniel Birbaum l'"arte si impegna a fare mondi". E sarebbe anche bellissimo ideale, ma purtroppo vediamo quanto questi presuntuosi mondi sono privi di consistenza. Ci sembra perciò di dover concludere delusi, davanti a tante opere d’arte (e anche a tante musiche), che oggi ha la meglio “un disordine universale che frastorna e confonde”. Con buona pace di Luca Francescani per quanto riguarda la musica e di Birbaum per quanto riguarda specificamente l’arte. E anche con buona pace di Philippe Daverio che dice: “Non si può sempre avere una visione del mondo obsoleta”. Giusto. Ma purchè si sappia creare poi qualcosa oltre il vuoto e il nulla. Oltre quella formula “la negazione come affermazione”, perché allora non ci offende proprio, anzi ci lusinga l’amabile Daverio, quando, parlando dei “nuovi percorsi artistici” afferma che “sono magari troppo sofisticati per la maggior parte della gente”. Ci mettiamo volentieri, senza alcuna vergogna tra questa “povera gente”, sia per quanto riguarda tanta cosiddetta “arte”, sia per quanto riguarda tanta cosiddetta “musica”. Che dite voi, quanti seguite il nostro sito? Eliseo Carraro
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